La casa sfiorita

Marina Mongiovì

Sinossi

Marta non torna a Catania dai funerali della madre, Sara. Dieci anni dopo, una perdita d’acqua che affiora dal soffitto dei vicini la costringe a visitare la vecchia casa materna, abbandonata da tempo. Ma quella che ricordava come una dimora immobile e silenziosa si rivela un organismo vivo, sensibile al suo rientro, e si impone come uno dei protagonisti del romanzo.

La narrazione in prima persona segue Marta nelle stanze della casa a sperimentare eventi sospesi tra realtà e allucinazione: occhi invisibili che la osservano, fantasmi che mormorano, motivi floreali che appassiscono e rifioriscono, lo scirocco che agita le pareti-giardino, la gatta di sua madre Sally che riappare, una pioggia di cenere che annerisce tutto, anche i fiori della carta da parati. Queste visioni, perturbanti e simboliche, riattivano i ricordi: i litigi, la quotidianità con una madre ossessionata dalla perdita del marito, il dolore mai elaborato da Marta per la morte del padre, un carabiniere ucciso in uno scontro a fuoco.

La voce di Marta si alterna a una narrazione in terza persona, che segue i portinai Rita e Tonino, testimoni curiosi della vita del condominio: tra dialoghi, pettegolezzi e dettagli di quartiere, emerge una visione esterna e più concreta della figura materna. È proprio da Rita che Marta apprende un dettaglio che sconvolge la sua memoria: l’uomo che sua madre credeva responsabile della morte del marito è il Cavaliere Caruso, un loro vicino, ex indagato per associazione mafiosa, ora anziano e morente nello stesso palazzo.

Questa scoperta, insieme al confronto con i condomini e al tempo sospeso nella casa-giardino, spinge Marta ad affrontare il legame irrisolto con la madre. Quel ritorno forzato si trasforma in un percorso interiore di riconciliazione: accogliere la fragilità e il dolore di Sara, vedere oltre lintransigenza, scoprire unumanità mai compresa.

Alla fine, nello specchio dell’armadio dove all’inizio si rifletteva ancora bambina, Marta rivede se stessa adulta, ritrova sua madre e la perdona.

Stile

La scrittura alterna con fluidità la narrazione in prima e in terza persona, dando vita a un ritmo intimo e corale allo stesso tempo. Nei capitoli in cui è Marta a raccontare, la voce si fa evocativa e immersiva, sospesa tra presente e ricordo: lo stile diventa sensoriale, quasi onirico, e accompagna il lettore in un percorso di memoria e scoperta, dove gli eventi assumono sfumature perturbanti e rivelatrici.

La narrazione in terza persona, invece, affida lo sguardo ai portinai del palazzo, Rita e Tonino, che, con uno stile più concreto e dialogico, restituiscono la vita quotidiana del condominio e un punto di vista esterno a volte ironico, a volte affettuosamente distaccato sulle vicende e sulla figura della madre di Marta.

Un equilibrio narrativo che intreccia dimensione interiore e osservazione esterna, offrendo al lettore una lettura stratificata, in cui il linguaggio si adatta con naturalezza ai diversi registri emotivi.

Note biografiche

Marina Mongiovì (1982), di origine etnea, da tempo vive a Palermo.

Diversi suoi racconti sono apparsi su riviste letterarie come Pastrengo, Blam, Morel voci dall’isola e Spazinclusi. Ha pubblicato la raccolta di racconti “Sciara” (Kalòs 2023, finalista ai premi Città di Lugnano in Teverina, Etnabook, Città di Erice; semifinalista al premio Città di Como). Accanto alla scrittura coltiva la passione per la fotografia. Suoi lavori sono stati esposti in mostre collettive a Roma e nel Centro Internazionale di Fotografia di Palermo, sotto la guida di Letizia Battaglia. Nel 2022 ha pubblicato un racconto fotografico dell’opera di Giovanni Verga, “Storie del Castello di Trezza”, edito da Rossomalpelo Edizioni.

Invia il form per richiedere il testo completo dell'opera