Beta 36

Cronaca di una formazione sbagliata - Maurizio Gregorini

Sinossi

Genova, 1976. Mattia Rovere ha diciassette anni e attraversa l’adolescenza nel cuore degli anni di piombo, immerso nel clima più teso e contraddittorio della Repubblica italiana. Cresciuto in una famiglia borghese, vive in una casa governata dal silenzio: un padre distante, razionale, incapace di leggere il disagio del figlio, e una madre più emotiva e protettiva, che tenta di tenere insieme ciò che si sta già incrinando.

Per Mattia la politica non è un’ideologia, ma un rifugio identitario. Frequenta l’ambiente dell’estrema destra insieme a un gruppo di coetanei attratti dall’azione e dalla compattezza del branco. Tra loro spicca Max, amico e compagno di strada, presenza centrale nella sua formazione emotiva e politica. Accanto a questa dimensione collettiva c’è Loredana, oggetto di un’ossessione amorosa che Mattia carica di un valore assoluto, quasi salvifico.

La svolta arriva con un’azione vandalica che dovrebbe essere solo simbolica: la distruzione di una lapide partigiana. L’atto degenera in uno scontro violento con un gruppo antagonista. Un ragazzo resta gravemente ferito e Mattia viene arrestato. Da quel momento la violenza smette di essere astratta e diventa conseguenza concreta, irreversibile.

L’ingresso nel carcere minorile apre la parte centrale del romanzo. Mattia si trova immerso in un sistema chiuso, dominato da regole non scritte, soprusi e paura. Gli interrogatori, le celle sovraffollate e la brutalità quotidiana accelerano il suo processo di disillusione. L’ideologia che fino a quel momento aveva funzionato come armatura identitaria non offre più alcuna protezione: non spiega l’umiliazione, non consola, non salva.

Nel carcere esplode una rivolta, alimentata dal sovraffollamento e da una tensione costante. Mattia vi partecipa senza eroismo, trascinato da una violenza collettiva che non distingue più tra giusto e sbagliato. La repressione è immediata e brutale. Durante quei giorni convulsi avviene l’evento che segna definitivamente il suo percorso: Max rimane coinvolto in un grave incidente che lo rende disabile. L’amico, fino a quel momento simbolo di forza e appartenenza, diventa il corpo vivente delle conseguenze irreparabili della violenza.

Dopo la rivolta, il carcere si richiude in una spirale di isolamento e controllo. Mattia attraversa una fase di profonda disgregazione interiore, segnata da sogni allucinati, ricordi deformati e da un crescente senso di colpa.

Quando esce dal carcere, il mondo che ritrova è radicalmente cambiato. Max è segnato nel corpo e nello sguardo; il gruppo di amici si è dissolto; l’ambiente politico appare svuotato, ripetitivo, incapace di offrire senso. Anche il rapporto con Loredana si incrina definitivamente: l’amore, caricato di aspettative assolute, non regge il peso della realtà.

Il passaggio definitivo all’età adulta avviene però sul piano familiare. La madre muore improvvisamente, rivelando retrospettivamente una fragilità profonda che Mattia non aveva mai saputo nominare. Nel tentativo di colmare il vuoto comunicativo e riallacciare un rapporto con il figlio, il padre gli confessa di aver vissuto accanto a una donna segnata da una profonda incapacità di intimità, una verità taciuta che ridisegna l’immagine stessa della famiglia e del silenzio in cui Mattia è cresciuto.

Nel tratto finale del romanzo, Mattia comprende che l’estremismo non è stato una scelta politica, ma una risposta emotiva al proprio smarrimento. Non c’è redenzione spettacolare né conversione ideologica: c’è una lucidità amara, conquistata attraverso la perdita, e la consapevolezza che la violenza non ha prodotto identità, ma solo macerie — nei corpi, nelle relazioni, nella memoria.

Beta 36 si chiude come una fotografia generazionale netta e anti-retorica: la storia di un ragazzo che ha attraversato il fuoco degli anni di piombo e ne esce segnato, più solo, ma finalmente capace di riconoscere che il nemico più pericoloso non era l’altro schieramento, bensì il vuoto che aveva cercato di colmare con l’ideologia.

Stile

La narrazione è in prima persona, con una voce ironica, sporca e immediata. Il linguaggio è diretto, visivo, spesso cinematografico, capace di alternare ritmo serrato e momenti di introspezione lirica ed è capace di ricostruire un’ambientazione storica credibile e incarnata. La focalizzazione interna restituisce uno sguardo ingenuo ma progressivamente più lucido, evitando ogni giudizio retrospettivo e restituendo un punto di vista raro e non ideologico. I passaggi onirici e allucinati funzionano come estensione psicologica del protagonista, senza scivolare nel simbolismo gratuito. Il risultato è un coming of age duro, disilluso, profondamente umano.

Note biografiche

Regista e scrittore nato nel 1959, è stato fondatore e direttore della Scuola d’Arte Cinematografica di Genova e del centro per il cinema e la fotografia Lebowski, oltre che ideatore del magazine culturale online Il Culturista.

Ha pubblicato sei raccolte di poesia, un libro fotografico e un saggio su Martin Scorsese, e ha diretto circa cento lavori audiovisivi tra videoclip, spot e documentari.

È stato autore e sceneggiatore per la televisione e curatore di mostre e festival d’arte contemporanea.

Dal 2018 al 2024 ha ricoperto il ruolo di City Manager della Cultura per il Comune di Genova, curando grandi eventi internazionali.

Nel 2025 ha ricevuto il Premio Montale Fuori di Casa per la poesia.

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