
Paolo Fehér vive da vent’anni a Newyorkfuckingcity. La città che un tempo lo ha accolto dall’Italia, giovane e assetato di emozioni, ora lo prosciuga: soffre di attacchi di panico frequenti, la metropolitana lo schiaccia, l’appartamento dell’East Village diventa una gabbia. New York, più che una patria scelta, è diventata il luogo del suo esilio, mentre il passato – la madre morta quando lui aveva tredici anni, il padre esule da Fiume, il rapporto finito con Luis, cubano con cui ha condiviso anni di vita – è rimasto sospeso, in attesa di essere rielaborato.
Un incontro al Metropolitan, con un quadro di Hockney sullo sfondo, fa da detonatore: Paolo conosce Roshan, indiano di quasi vent’anni più giovane, arrivato da poco in città. Roshan è a sua volta un “corpo in fuga”: dalla famiglia, da un matrimonio combinato, dal lutto irrisolto per l’amico d’infanzia morto. La loro storia nasce sul filo dell’imbarazzo e del desiderio – un amore dove la scoperta del sesso per Roshan si intreccia al bisogno, per Paolo, di sentirsi ancora desiderabile e vivo.
Quando arriva la notizia che il padre, esule fiumano, sta morendo, Paolo è a un bivio: restare a New York e provare a trattenere Roshan per costruirsi un futuro con lui o tornare in Italia per accompagnare il padre alla fine e affrontare finalmente il suo silenzio?
Sceglie di partire, senza sapere se Roshan lo aspetterà.
Dopo la morte del padre, a Trieste Paolo trova un piccolo libro sulla storia di Fiume, con un biglietto che suona come un invito postumo: andare a Fiume e “colmare il vuoto” lasciato dal padre. Incoraggiato dall’amico Matteo, inizia così un viaggio che tocca le tappe dell’esodo e dell’esilio: l’Istria e la villa di famiglia occupata da altri, con le carte nascoste in cantina; Bologna, dove scopre l’esistenza di Ornella, figlia che il padre ha avuto prima del matrimonio con la madre; Firenze, città del primo impiego in Italia; Ostuni e il Sud, con la cugina Nora e l’unica sorella ancora in vita del padre, custodi di ulteriori segreti.
Parallelamente, il legame con Roshan si fa incerto: lui riceve la proposta di matrimonio dalla famiglia e vola in India per il funerale di uno zio. Mentre lui è chiamato a scegliere tra il patto familiare e la propria libertà, Paolo prosegue il “giro delle stanze” del passato fino a Napoli, dove fa i conti con il lutto della madre e decide di offrire a Ornella una possibilità futura di riconoscersi come sorella.
Il ritorno a New York chiude il cerchio: Roshan ha accettato il matrimonio combinato. I due si incontrano un’ultima volta e si amano sapendo che, dopo quella notte, le loro strade si separeranno. Paolo rientra nella città del suo esilio con una consapevolezza diversa: lo spaesamento non scomparirà mai del tutto, ma riscattando il confino del padre e dando un nome al proprio esilio, ha trovato un modo più autentico di stare al mondo e di cercare nuove forme di libertà.
Il giro delle stanze è un romanzo in prima persona che segue il protagonista da vicino, immergendo il lettore nel suo corpo (gli attacchi di panico, l’insonnia, il desiderio) e nel suo sguardo ironico e vulnerabile su New York e sull’Italia. La città è sempre personaggio: la metropolitana che lo “schiaccia”, i tenement dell’East Village, Central Park, i “pachidermi dell’arte visiva” del Museum Mile; più avanti Trieste, Fiume, le città italiane diventano stanze simboliche in cui entrare, esplorare, chiudere o riaprire.
Lo stile è fortemente sensoriale: l’incipit ci porta subito in un mattino di New York con la testa poggiata sul futon, l’odore di uova strapazzate in metropolitana, il rumore della pioggia sui vetri, i corpi che si sfiorano al museo o nel monolocale dell’East Village. L’uso di dettagli concreti (gli oggetti dell’appartamento, i quadri di Hockney, le scale antincendio, i gesti minimi dei personaggi) dà alla narrazione una impronta cinematografica.
Il registro alterna momenti più colloquiali e leggeri (i dialoghi con Patricia, l’amica infermiera, le autoironie di Paolo sul suo “esilio volontario”) a passaggi più lirici e dolorosi sul lutto, sulla vergogna e sull’eredità dell’esodo.
Strutturalmente il libro è organizzato in tre parti (New York / viaggio in Italia / ritorno) e intreccia la linea orizzontale della decisione di Paolo (restare/partire, amare/lasciare andare) con le linee verticali dei flashback familiari e delle storie dei luoghi visitati, collocandosi idealmente all’incrocio tra la narrativa queer contemporanea, i romanzi dell’esilio e le saghe familiari che esplorano gli effetti “lenti” della Storia sulle vite private.
Luciano Kovacs vive a Torino e lavora nell’ambito della cooperazione umanitaria internazionale. Si è laureato in Lingue e Letterature straniere con una tesi sulle tematiche di genere in quattro romanzi di R.K. Narayan.
Ha vissuto vent’anni a New York dove ha studiato teatro, presso HB Studio. Con una compagnia da lui fondata, ha prodotto e recitato in sei spettacoli off-off Broadway alla Jan Hus Playhouse, nell’Upper East Side di Manhattan.
Il giro delle stanze è il suo primo romanzo.