Yurt

Açelya Yönaç

Sinossi

Yade vive da tempo in una terra altra, lontana dalle sue radici. Il suo sguardo è distante dalle donne che oggi abitano la Turchia, distante da sé. Nonostante la nostalgia dei luoghi e il dolore dell’esilio, da vent’anni non riesce più a tornare. Nel perdere la propria patria ha smarrito parte della sua memoria e immagini confuse di un momento della sua infanzia riaffiorano in lei come una malattia dai sintomi fisici. Mantiene un legame con il suo Paese tramite la scrittura di biografie, protagoniste alcune figure femminili all’avanguardia dell’Impero Ottomano. Il suo ultimo romanzo narra la vita di Nigar Binti Hanım, una poetessa e pioniera della cultura occidentale in Oriente.

In un maggio anomalo, coperto di neve e invaso dai gatti neri, arriva a Istanbul per ritirare un premio letterario e rilasciare un’intervista con la TV Nazionale. Rimasta orfana dopo il recente incidente aereo in cui sono morti entrambi i genitori, dall’inizio del suo viaggio, Yade scrive, senza mai recapitarle, delle lettere al fratello, tornato in città tempo prima e con il quale non ha più contatti. La scrittrice rivede nella Turchia solo il suo passato. L’indifferenza per il presente e gli accadimenti politici del suo Paese era stata la causa della rottura tra loro. Prima che sia troppo tardi, vuole ricostruire la sua memoria e dare voce al motivo che l’ha tenuta lontana tutti questi anni.

Niente è più come era prima, e Yade non prova nessuna familiarità a stare sotto il cielo dove ha aperto gli occhi al mondo. Richiama a sé i momenti della sua partenza, l’immigrazione, e la storia della sua famiglia. Straniera nella sua città, si confronta con la giornalista Azra Hanım che porta il velo. L’intervista evoca tutte le contraddizioni millenarie tra Oriente e Occidente e riflette la spaccatura sociale tra donne a favore del copricapo religioso e quelle ferocemente contrarie. Azra si dimostra intransigente sulla questione della religione di stato, considera Yade indegna di vivere in Turchia, e le nasconde la verità sulla sorte del fratello. La tensione cresce pian piano: le domande si fanno sempre più provocatorie, le risposte meno cordiali.

Yade è smarrita, anche il suo volto comincia a sbiadire negli specchi, si appanna. È limpido solo dentro gli occhi di una gatta nera senza zampa. La segue per i vicoli del quartiere di Taksim, si inoltra in locali frequentati da artisti underground e criminali alla ricerca del fratello e conosce il poeta Demet, un transgender che abita la terra anatolica con naturalezza.

Quando scopre che la casa della loro infanzia è stata demolita, non le rimane più nulla di ciò che era stato. Affascinata dai cipressi bizantini che si trovano nei cimiteri della città, decide di visitarli a uno a uno, nella speranza di trovare una dimora eterna, un posto dove in futuro essere seppellita e ricordata.

Durante i dodici giorni di viaggio, come in un mosaico, si rivelano a Yade dei nomi di donna, ognuna con una storia e una colpa. Fiere del loro nome, non sveleranno il cognome perché eredità dei padri. Adalet, che significa giustizia, appena arrivata a Istanbul dall’Anatolia ancora analfabeta, scoprirà le tentazioni della musica straniera e l’amore, trovandosi coinvolta in un omicidio. Il suo peccato: la voglia di conoscenza. Ayşe, figlia di un macellaio dell’entroterra, sarà condannata a morte dalla propria famiglia, murata viva dentro una capanna con una pistola carica. Il suo peccato: essere troppo bella e tentare con il suo volto tutti gli uomini della contea di Anavut. Meryem, che significa Maria, prende in giro le donne con il velo travestendosi da capo a piedi in abiti modesti e hijab. Il suo peccato: l’ironia. E così tante altre sorelle di patria dipingeranno un potente affresco femminile che permetterà a Yade di ritrovare un senso di appartenenza.

Al momento della cerimonia per il ritiro del premio letterario, la scrittrice realizza che accettare quel riconoscimento sarebbe come legittimare il sistema politico che ha condannato il fratello. Decide di non presentarsi sul palco e scappa.

Azra, sicura di sé ma appesantita dalle leggi degli uomini, che non ha voluto fino ad allora rivelare la verità, le conferma il suo sospetto: il fratello, un giornalista dissidente, che da anni denunciava il governo e i suoi crimini, è morto in carcere per uno sciopero della fame.

E allora non serve più cercare. Yade si abbandona al vuoto, si arrende davanti all’impossibilità di un confronto con lui e a un dolore che non riesce più a contenere: ingaggia un assassino a pagamento, Angel of Death, amico di Demet il poeta, e gli dà appuntamento davanti al melocotogno, l’albero dei frutti della sua infanzia, sul pezzo di terra dove prima si ergeva la sua casa. Il luogo in cui la sua vita ha avuto inizio, lo sceglie per essere sepolta.

L’ultimo giorno, terminato l’incontro, chiede ad Azra di accompagnarla con il suo autista. La giornalista, sorpresa di trovare un cratere al posto della casa, raccoglie una mela caduta e la regala a Yade, da portare con sé in Europa. Facendola sentire una straniera, non sa di aver rafforzato in lei il desiderio di non lasciare più Istanbul.

Nel locale dei poeti si sparge la voce del piano segreto della scrittrice. Trovano Demet per allertarlo e fermare Angel of Death prima che sia tardi. Il poeta promette di pagare il boia con la vendita del suo primo libro, che non ha mai voluto pubblicare fino ad ora. L’assassino cede al fascino dell’uomo-femmina e rinuncia.

Al mattino, le parole di Yade ricominciano a fluire, a dire, a raccontare, senza paura. Scrivere per lei sarà dimorare dentro una lingua, dentro una nazione. Ritrova il suo corpo riflesso nello specchio, narra la sua storia. Il suo peccato: il silenzio. Il colpevole: chi le ha rubato l’innocenza. Il suo nome, Yade, che significa coraggio. E con coraggio Yade restituisce alla sua patria, al suo Yurt, il suo dolore

Stile

Una struttura frammentaria, in un gioco di scatole cinesi, intreccia voci, audio di un’intervista, lettere e storie dall’atmosfera rarefatta, restituendoci – grazie anche a una prosa immaginifica ed evocativa – il vagare della protagonista alla ricerca di uno spazio dove dimorare.

Note biografiche

Açelya Yönaç (Istanbul, 1978) è una nomade, a volte voice artist e copywriter. Ha svolto diverse professioni: da critica letteraria, lettrice di sceneggiature, dialoghista di film in inglese, video-giornalista nel cinema e nella moda, insegnante di tango e yoga a taglialegna in una fattoria. Cresce tra Istanbul, Milano e New York, dove ha studiato Scrittura Creativa con la poetessa Lee Upton e si è laureata con un Master alla NYU. È un membro della American History Honors Society, Pi Alpha Theta. Con le sue poesie in inglese ha vinto il premio Black McKnight Poetry Prize. Ha esordito in narrativa pubblicando racconti nella rivista letteraria Kitap-lık delle edizioni Yapı Kredi, Turchia. In Italia ha ricevuto il secondo Premio La 24sima Ora, su iniziativa della Scuola Belleville di Milano, e ha vinto la Borsa di Studio Giuseppe Pontiggia per il corso di scrittura annuale. A Milano ha fondato il collettivo Le Foche Parlanti ispirandosi ai poeti e artisti di Caffe Cino a New York degli anni ‘60. I suoi racconti in lingua italiana sono stati pubblicati, tra le altre, dalla rivista online La Balena Bianca.

Yurt

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