La sindrome di Ræbenson

Edizioni Atlantide, 2024

Finalista Premio Calvino 2023

Giuseppe Quaranta, è nato e cresciuto a San Marzano di San Giuseppe, in provincia di Taranto. Vive e lavora a Pisa come medico psichiatra. “La sindrome di Raebenson”, finalista al Premio Calvino 2023, è il suo esordio nella narrativa.

Il percorso con Crudo

Un giorno di qualche tempo fa, abbiamo visto nascere uno scrittore.
È stato partorito dalla nostra mail, ma non sappiamo ancora oggi dove e come sia stato concepito, se, soprattutto, sia stato concepito sul serio, cioè da qualche parte abbia trovato una consueta genesi, o se questo credere che sia reale, l’autore, l’opera, non sia piuttosto un’allucinazione collettiva, un’allucinazione a domino, una strana sindrome endemica che ci nega una risposta scientificamente plausibile, come se Giuseppe Quaranta esistesse perché è qualcosa di cui, editorialmente, avessimo bisogno per continuare a credere nel nostro lavoro.

Giuseppe Quaranta è la nostra sindrome di Ræbenson che ci impedisce di vedere la morte del sistema, ci fa immaginare garuli una nuova stagione di prime prove abbacinanti, gettandoci finalmente in quell’oscurità estatica che è l’esperienza della letteratura al suo apice.

Un esordio zenit, un disturbo del comportamento che presenterà ai lettori fin dalle prime pagine le peculiarità del contagio, la natura sotterranea e imprevista dell’incubazione, il manifestarsi dei sintomi, l’inizio della fase acuta.

Come per una premonizione possiamo dire che tutto inizia oggi, e non c’è altro da aggiungere alle parole che già vediamo saranno scritte, dette.

Inizia il viaggio del nostro Giuseppe Quaranta, un viaggio che conosciamo e ricordiamo perchè è l’emblema delle doti sherpa di Nicola Feninno, una guida pregiata per sopravvivere alle quote elevatissime di rarefazione che richiedeva immaginare questo romanzo. Quando è arrivato da noi, solo un’idea, poche pagine, pochi metri sulle gambe. Cosa è stato guidare l’ autore verso la visione della vetta del suo Kanchenjunga è una questione osmotica autore editor la cui verità sarà un mistero eterno, perfetta per un editore che si chiama Atlantide.

Perfetta per tutti voi.

Intervista di Alex Piovan all’autore Michele Ruol

Il protagonista del tuo romanzo d’esordio (Atlantide, 2023) è Antonio Deltito, uno psichiatra quarantenne affetto dalla misteriosa patologia che dà il titolo all’opera: la sindrome di Ræbenson. Tra i vari sintomi ci sono amnesie, alterazioni nella percezione dei colori, allucinazioni uditive e crisi epilettiche; ma la conseguenza più rilevante è un’altra: l’immortalità. La sindrome di Ræbenson, almeno che io sappia, non esiste. Da dove arriva l’idea? E come hai lavorato per costruirla? 

L’idea è nata tempo fa. Avevo immaginato due gemelli con la testa allungata, da qui uno dei primi racconti attorno a una sindrome psichica. In maniera un po’ provocatoria devo aver pensato che gli psichiatri non fanno altro da secoli a questa parte che inventare o creare patologie mentali, e allora mi sono chiesto, come Bilbo Baggins del Signore degli Anelli: perché, perché non dovrei farlo anche io? L’invenzione di una sindrome ha comportato l’invenzione di un contesto, da qui l’uso di articoli, foto, studi intercalati nella storia. La narrativa, per me, non è quasi mai un fenomeno verbale, ma cosmologico. Ha spesso a che fare con la creazione di un mondo che cerca di invadere o soppiantare quello reale. Ma questo mondo, per quanto assurdo possa essere, ha sempre a che fare con un bisogno intimo, essenziale del proprio autore, che è il suo demiurgo. Questo è presente anche nelle invenzioni più fantasiose; pensiamo a H. G. Wells che scrisse l’uomo invisibile perché era appena arrivato nel Galles ed era povero, ammalato di tubercolosi e si sentiva molto solo, invisibile appunto.


Cancellando la mortalità e manomettendo i ricordi, la sindrome di Ræbenson mina le fondamenta su cui si costruisce l’identità di ciascuno di noi. Che rapporto lega memoria e morte?

La vita è una tragicommedia che scivola verso un misterioso ma preciso punto finale. “Eccola, finalmente, questa cosa distinta, la morte”, disse Henry James poco prima di lasciare il mondo terreno. Pasolini, invece, diceva che la vita è un lungo piano sequenza in cui la morte agisce da montaggio. Perché si ha come l’impressione che la vita sia confusa e che la morte in un certo senso rappresenti un modo per organizzarla, darle forma. Proust ha scritto nel Tempo ritrovato che un’ora non è solo un’ora, ma un vaso ricolmo di profumi. Deltito, il protagonista della mia storia, non rifiuta la morte in senso fisico, la accetta come parte del ciclo cosmico; rifiuta semmai un’altra morte: quella fatta di ore che sono solo ore e non vasi ricolmi dei profumi che la vita ci offre.


Nella tua scrittura si sente la lezione dei grandi del Novecento. Come gestisci la vicinanza a questi modelli così impegnativi, ingombranti? E come sei riuscito a trovare una tua voce lì in mezzo?

Non mi sono mai posto il problema, cioè non ho mai sentito a livello conscio quella che Bloom chiamava l’angoscia dell’influenza. Il mio problema più grande era liberarmi dalle pastoie del linguaggio scientifico e accademico. Quando scrivi un articolo scientifico ci sono sempre“poliziotti” che ti dicono: questa cosa non si fa; no, questo non si scrive; qui è troppo azzardato. Scrivere narrativa per me ha rappresentato respirare un’aria forse più pulita, sicuramente più salubre.


Facciamo un passo indietro. Quand’è che hai deciso di rivolgerti a Crudo?

Sono stato tra i primi, vero? Mi sono imbattuto in un post di Michele Vaccari che parlava di questo suo progetto. Seguendolo e stimandolo, ho pensato che era la persona giusta a cui affidare quello che avevo scritto, un materiale che avevo accumulato negli anni e in cui non credevo molto. Se penso a quest’anno, a tutte le belle soddisfazioni ricevute, e al momento in cui ho preso quella decisione mi dico che è stato un momento miracoloso o epifanico nella mia esistenza, sapevo istintivamente che Michele (e il suo team) mi avrebbero aiutato. Così è stato.  


Com’è stato lavorare con Nicola Feninno?

Ogni volta che si lavora con un grande professionista c’è solo da mettersi in ascolto e imparare. Senza Nicola probabilmente questo romanzo non sarebbe arrivato molto lontano. Se me lo consente e l’ispirazione mi accompagna, mi piacerebbe collaborare con lui anche per il secondo libro. Squadra che vince…


Il romanzo, finalista al Premio Italo Calvino XXXVI, è stato accolto con grande entusiasmo e interesse sia dai lettori che dalla critica. C’è qualcosa che vuoi raccontarci di questo primo anno di vita della Sindrome?

Un anno ricco di soddisfazioni e gratificazioni. Oltre ai critici, tutti molto generosi con Ræbenson, ho perso il conto di quante persone lo hanno letto, commentato con entusiasmo, recensito; sono anche nati dei gruppi di lettura. Non mi risulta al momento che nessun ræbensoniano sia andato in un pronto soccorso, aspettiamo ancora un po’.