L'enigma del canto rubato.

Leucotea Edizioni, 2026

Renato Ariano, nato a Napoli e residente in Bordighera, è medico e allergologo con una passione profonda per la lettura e la scrittura.

Il percorso con Crudo

Un classico resta tale perché non smette mai di parlarci.
In L’enigma del canto rubato, Renato Ariano parte da un’ipotesi semplice: e se la Commedia non fosse davvero finita? Se esistesse un canto nascosto, cancellato o taciuto, rimasto invisibile per secoli?

È anche la teoria di Sorgente, eccentrico dantista dalle idee tanto affascinanti quanto pericolose, che il giovane e inquieto insegnante Alberto incontra quasi per caso, proprio quando la sua vita sembra aver perso direzione. Da quel momento, i due vengono risucchiati in una catena di eventi sempre più fuori controllo, attirando le scomode attenzioni del Vaticano e finendo al centro di una sequenza serrata di pedinamenti, enigmi e fughe rocambolesche.

Il romanzo si muove così sul crinale tra sapere e ossessione, tra filologia e complotto, tra giallo e commedia, e continua a ribaltare la prospettiva. Quanto siamo disposti a mettere in discussione ciò che consideriamo acquisito? Possiamo davvero fidarci dei nostri mentori?

Non solo un giallo su Dante, ma un’indagine sul nostro modo di interpretare i testi, il mondo e una realtà che si rifrange continuamente in un caleidoscopico gioco di specchi.

L’enigma del canto rubato di Renato Arianto giunge in libreria dopo un serrato lavoro con il nostro editor Mauro Bertoli e con il sostegno di Leucotea Edizioni, che ha creduto fino in fondo nella visione dell’autore.

Intervista di Mauro Bertoli all’autore Renato Ariano

1. Il romanzo parte da un’ipotesi narrativa molto suggestiva: l’esistenza di un “centunesimo canto” della Commedia, che sarebbe stato nascosto dopo la morte di Dante. Da dove nasce questa idea e che tipo di ricerca hai condotto per costruire il contesto storico e letterario del libro?

La mia idea nasce da una riflessione. La leggenda racconta che gli ultimi tredici canti del Paradiso furono ritrovati dal figlio Jacopo grazie a un sogno: Dante stesso gli avrebbe indicato dove erano nascosti.
Se accettiamo questa storia, che nasce da Boccaccio, allora la domanda sorge spontanea: è davvero impossibile pensare che Dante abbia nascosto anche un “canto finale”, quello che avrebbe spiegato i suoi enigmi più profondi? Dante non era un “anti-cristiano”, ma un ferocissimo critico della gerarchia ecclesiastica del suo tempo. Scrivendo per simboli, poteva lanciare messaggi politici e dottrinali esplosivi “nascondendoli” sotto il velo della poesia, evitando così una condanna diretta per eresia. Secondo la mia ipotesi, Dante potrebbe aver  pensato a un ultimo canto nascosto, un sigillo interpretativo per i meno acculturati. Ma la morte lo colse troppo presto. Oppure lo occultò così bene che ancora oggi non l’abbiamo trovato.

 

2. Nel testo convivono molti registri: il romanzo di mistero, il racconto di formazione del protagonista e la riflessione sui segreti della Commedia. Come hai lavorato, durante l’editing, per tenere insieme questi livelli senza perdere il ritmo della narrazione?

Il primo abbozzo del romanzo risale a circa dieci anni or sono ed era basato su un notevole accumulo di bibliografia. Allora la prima stesura risentiva di un eccesso dottrinale che rischiava di soffocare il nucleo rivoluzionario della mia interpretazione dantesca. Per questo il manoscritto è stato da me sottoposto a ben cinque rifacimenti che hanno lasciato l’idea originaria sommersa all’interno del racconto avventuroso e della storia di formazione del protagonista, che scopre progressivamente le verità sui misteri che gli racconta il prof. Sorgente e anche sulla propria vita.


3. Il rapporto tra Alberto e il professor Sorgente sembra avere anche una dimensione quasi iniziatica: un incontro casuale che diventa l’inizio di una ricerca più grande. Quanto è importante, nella tua idea di romanzo, il tema del maestro e dell’apprendista?

È un tema classico che si trova in molti grandi romanzi, in Siddartha (il barcaiolo Vasudeva), nel Nome della Rosa (Guglielmo ed Adso), nelle Memorie di Adriano (l’imperatore anziano che scrive al giovane Marco Aurelio), anche Dante nella Commedia si sceglie un grande maestro: Virgilio. Penso che oggi, in un mondo dominato da Google e AI, il rapporto umano tra maestro e allievo resta l’ultimo baluardo dell’autenticità e dell’inventiva.


4. Dante è spesso percepito come un autore “scolastico”, mentre nel romanzo appare come una figura piena di misteri, simboli e interpretazioni alternative. Ti interessava proprio restituire questo lato più enigmatico e avventuroso della sua opera?

Il Dante che ha conosciuto la mia generazione a scuola non è quello autentico. La normalizzazione di Dante è l’operazione culturale con cui, soprattutto negli ultimi cento anni, lo Stato e la Chiesa hanno “disinnescato” la carica rivoluzionaria del poeta per trasformarlo in un rassicurante monumento nazionale. Dopo un primo periodo in cui il De Monarchia era stato posto all’indice e avevano anche proposto di disseppellire le ossa del Poeta per metterle al rogo, i papi hanno cominciato a presentarlo come  “araldo della fede” e la riforma Gentile, con i programmi scolastici successivi, lo ha cristallizzato in un’esegesi puramente letteraria e teologica. Si studia la “struttura” dei cerchi, ma si tace sulla dottrina che s’asconde. Si dileggia Giovanni Pascoli che ne aveva tentato un’interpretazione alternativa. Parlare di un Dante iniziato, templare o nemico giurato del sistema sacerdotale avrebbe significato ammettere che il fondatore della nostra lingua era un eretico politico. La normalizzazione passa per la semplificazione: Dante diventa il poeta dell’amore per Beatrice (ridotta a fidanzatina angelicata) e dell’odio per i traditori, mentre è invece simbolo della Sapienza. Viene cancellato il Dante che scriveva per sovvertire l’ordine del mondo e per annunciare un’era in cui la Chiesa non avrebbe più avuto un soldo né un soldato.

 

5. Il romanzo intreccia molti riferimenti culturali – Dante, l’esoterismo, la storia delle interpretazioni della Commedia. Durante l’editing su cosa avete lavorato di più: chiarire i passaggi teorici, rafforzare la trama oppure sviluppare meglio i personaggi?

L’impegno è stato quello di ridurre il più possibile la parte dottrinale ma di continuare a tenere accesa la curiosità del lettore. Ad esempio, su aspetti del Poeta di solito meno trattati a scuola e su quanto  la vita di tutti i giorni possa essere colma di misteri e strane coincidenze. Lo sviluppo dei personaggi è venuto da solo, a volte loro stessi si rendono autonomi dall’autore.


6. Una delle sfide di un romanzo così ricco di riferimenti è evitare che la dimensione saggistica finisca per prendere il sopravvento sulla narrazione. In fase di revisione, come avete lavorato per mantenere un equilibrio tra il racconto e la riflessione?

È stato un lungo e meticoloso lavoro di selezione iniziato subito dopo la prima stesura. Ho anche chiesto il consiglio a diversi esperti del settore e ho accettato tagli dolorosi, ma in definitiva necessari all’equilibrio del manoscritto. La fase di editing è stata definitiva. Dopo ho solo fatto eseguire una correzione di bozze. Questo mi ha permesso di concludere un lavoro che stava per prolungarsi troppo e mi ha permesso di chiudere con un finale aperto che mi permettesse di lasciare ancora qualche riflessione nella mente del lettore, una volta chiuso il libro.