Ma io quasi quasi
Accento Edizioni, 2025
Candidato Premio Strega 2025
Michele Bitossi, classe 1975, diploma classico e laurea in Lettere Moderne, qualche tatuaggio di troppo, genovese che a Genova solo una cosa non ha fatto: nascere. Michele Bitossi è uno dei più stimati musicisti e songwriter del panorama musicale indipendente italiano. È anche autore, produttore, editore musicale e podcaster. Ma io quasi quasi è il suo primo romanzo.
Il percorso con Crudo
Tema serio, tono serio, dice una regola degli ultimi tempi.
A noi di Crudo, però, le regole non interessano, soprattutto quelle che non servono a niente.
Quando Michele Bitossi è entrato nella nostra sfera d’interesse, ignorare la forza dirompente di una lingua così sfacciatamente disincantata è stato pressoché impossibile; certo, per scandagliare l’inferno il nostro Nicola Feninno, Caronte esperto, l’ha capito subito: era necessario lavorare di struttura, accogliere l’anarchia all’interno di un campo definito. Facile, altrimenti, scadere nel più bieco patetismo.
Ma io quasi quasi, forte di un’ironia ormai chimera nel panorama editoriale odierno, irride la maledetta sfortuna che tutti condividiamo: essere venuti al mondo;
Affonda le braccia nello Stige, senza paura agita l’acqua mefitica, rimescola e rimescola in cerca di qualcosa – un tesoro, una reliquia, un fantasma? -, e quando con sguardo attento, rapiti da tutto quell’ingiustificato insensato coraggio, attendiamo la rivelazione, un grosso dito medio riemerge per tradire ogni aspettativa.
Ecco che allora, con il gusto dello stupore e la voglia di un’editoria divertita e divertente, Accento Edizioni accoglie il testo con autentico entusiasmo, lo stesso che, sappiamo, monterà in voi quando voltando pagina vi scoprirete preda dell’ennesimo colpevole ghigno.
Ma io quasi quasi appare oggi nelle librerie come un assurdo presagio, quello di una grande letteratura dai grandi temi, sì, ma col coraggio, per una volta, di riderne di gusto.
Intervista di Alex Piovan all’autore Michele Bitossi
1. Il tono di Ma io quasi quasi oscilla tra ironia e malinconia, lasciando spazio a una narrazione che sembra voler ridere delle proprie stesse ferite. Come hai lavorato sull’equilibrio tra questi due registri? Non ho fatto altro che assecondare il più possibile un approccio che cerco di mettere in campo da sempre, sia nella vita che nella scrittura: puntare anche sull’autoironia quando parlo di situazioni difficili, drammatiche, talvolta addirittura tragiche. Per me, l’ironia è uno strumento di sopravvivenza, un modo per guardare il dolore con la giusta distanza, senza lasciarsene travolgere. Allo stesso tempo, non volevo che la leggerezza diventasse una fuga. Riccardo, il protagonista del mio romanzo, è un uomo che cerca di ricostruirsi, ma lo fa in modo imperfetto, a volte ridicolo. La sua è una storia di fragilità, di senso di inadeguatezza, di continui tentativi di rinascita, di ricerca di equilibrio, di resistenza, di ironia nel dolore, di piccoli grandi atti di coraggio compiuti giorno senza nemmeno accorgersene. Per me era fondamentale non esprimere autocommiserazione, patetismo, vittimismo ma desiderio profondo di rinascita, anche se perseguito in maniera talvolta goffa. Per arrivare a questo equilibrio ho tagliato tantissimo materiale e lavorato molto sull’editing. Volevo che ogni pagina tenesse insieme leggerezza e profondità senza sbavature, e per farlo ho dovuto limare, riscrivere, asciugare. Il tono che c’è ora è il risultato di un lungo processo di sottrazione, per lasciare solo ciò che davvero serviva alla storia. 2. La musica è una parte importante della tua vita e si sente anche nella tua scrittura, sia nel ritmo della prosa che nei riferimenti disseminati nel romanzo. Quanto ha influito il tuo background musicale su Ma io quasi quasi? Vivo la musica in maniera attiva dalla metà degli anni novanta. Ho fatto parecchi dischi, sia con band che solisti, ho prodotto e seguito artisti, scritto anche per altri…Insomma ho un percorso molto ricco, costellato di cose belle ma anche di tanti momenti difficili, bui, frustranti. La musica si è infiltrata anche nella scrittura di Ma io quasi quasi. Non solo nei riferimenti espliciti disseminati nel romanzo, ma soprattutto nel ritmo della prosa, che ho cercato di rendere il più possibile musicale, scandita come fosse una canzone: con pause, accelerazioni, ritornelli emotivi. Tutte le questioni musicali di cui volevo parlare – alcune anche abbastanza amare, frustranti, drammatiche e sicuramente molto attuali – le ho trasferite sul personaggio di Francesco. Attraverso di lui ho esplorato il lato meno romantico di chi fa musica oggi, tra sogni che si scontrano con la realtà, compromessi inevitabili e quella sensazione di stare sempre un passo indietro rispetto a dove si vorrebbe essere. Con Francesco ho dato voce a riflessioni che mi porto dietro da anni, alcune delle quali ancora irrisolte. 3. La struttura di Ma io quasi quasi è costruita sulle ellissi narrative che danno al romanzo un ritmo episodico e aneddotico, rendendolo scorrevole e mai dispersivo. Questo, però, può incidere sulla profondità dei personaggi. È stata una scelta consapevole fin dall’inizio o un’esigenza emersa durante la scrittura? La struttura di Ma io quasi quasi è stata una scelta consapevole, ma si è definita meglio strada facendo. Volevo che il romanzo avesse un ritmo rapido, quasi da conversazione, e che la storia fosse raccontata attraverso episodi che restituissero il senso di una vita vissuta più che di una trama rigidamente costruita. L’uso delle ellissi narrative mi ha permesso di eliminare tutto ciò che non era essenziale, lasciando spazio solo a ciò che contava davvero. Questo con l’intento di rendere il romanzo il più scorrevole e dinamico possibile Sapevo che il rischio era sacrificare in qualche modo la profondità dei personaggi. Per evitarlo, ho lavorato molto sul non detto: nei dialoghi, nelle scene tagliate di netto prima della loro naturale conclusione, nei dettagli lasciati lì a suggerire più che a spiegare.Alla fine, credo che questa struttura rifletta bene il modo in cui ricordiamo le nostre vite: non come un racconto lineare, ma attraverso frammenti, momenti chiave, aneddoti che ci definiscono. È una scrittura che lascia spazio al lettore, invitandolo a riempire i vuoti con la propria sensibilità. 4. Il tuo romanzo affronta il tema del cambiamento: personale, professionale, sentimentale. Credi che le persone cambino davvero, oppure, come il tuo protagonista, alla fine tendiamo a tornare sempre sui nostri passi? Credo che il cambiamento esista, ma non sempre nella forma drastica che immaginiamo. Spesso non è un taglio netto, ma un processo fatto di piccoli spostamenti, di scelte quotidiane che, nel tempo, ci portano da un’altra parte. Riccardo non torna sui suoi passi: attraversa il suo percorso con esitazioni, momenti di stallo e qualche ricaduta, ma alla fine compie un’evoluzione reale, anche se meno eclatante di quanto ci si aspetterebbe in una storia più tradizionale. Non credo nei cambiamenti miracolosi, quelli in cui da un giorno all’altro si diventa un’altra persona. Credo nei movimenti lenti, a volte quasi impercettibili, che però ci trasformano davvero. E Riccardo, nel suo modo tutto suo, cambia. 5. Ma io quasi quasi è stato pubblicato da Accento Edizioni, ma prima ha attraversato il percorso di editing con Crudo. Cosa ti ha convinto a rivolgerti a Crudo? E in che modo il lavoro di editing ha trasformato il tuo testo? Questo romanzo è nato durante “Trovare la sedia” di Paolo Nori, un corso dove ci si ripropone di scrivere un romanzo in un anno. Una sfida tosta, senza dubbio. Ma era quello di cui avevo bisogno. Mi sono trovato con molto materiale, sentivo di avere in mano qualcosa di potenzialmente forte, ma mi era chiaro che parecchie cose non fossero ancora a fuoco. C’era da sfrondare, asciugare, fare tutta una serie di scelte. Per questo mi sono rivolto a Michele Vaccari di Crudo, che non conoscevo di persona ma di cui avevo letto alcuni libri e di cui un caro amico comune mi aveva parlato. Il lavoro di editing, in generale, è stato fondamentale: ha reso Ma io quasi quasi un romanzo più essenziale, più mirato. Si è lavorato molto per asciugare. Alcuni passaggi che all’inizio mi sembravano imprescindibili sono stati tagliati senza pietà, e col senno di poi ho capito che era la scelta giusta. L’editing ha trasformato il testo senza snaturarlo: la voce, il tono e l’ironia sono rimasti gli stessi, ma sono diventati più incisivi. È stato un processo intenso, a volte faticoso, ma necessario. 6. Il libro è uscito da poco, ma ha già iniziato a trovare i suoi lettori. C’è un commento, una reazione o un messaggio ricevuto che ti ha colpito particolarmente? Sì, ho già ricevuto diversi feedback da lettrici e lettori. Uno dei commenti che mi ha colpito di più è stato di una persona che mi ha scritto dicendomi che leggendo Ma io quasi quasi si è sentita meno sola. |

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