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Sconfina, Beatrice!

Francesca Zammaretti

Sinossi

Una delle regole auree della creazione artistica è che la sua genesi venga guidata da una emozione inequivocabile, inarrestabile e propulsiva: l’esigenza. In questo senso, allora, Sconfina, Beatrice! è innanzitutto l’estremo tentativo dell’autrice Francesca Zammaretti di dare forma alla propria necessità, il cui risultato è quello di un ipertesto pulsante e vivido, in continua trasformazione. Zammaretti sceglie di non accasarsi nella comodità del memoir o del saggio, né in quella della silloge o dell’elegia: è nella mistura di questi generi che l’opera trova la sua forza più pura e travolgente, grazie a una scrittura frammentata che ne ritrae a perfezione il contenuto psicologico ed emozionale, accompagnando il lettore alla scoperta di un animo tempestato alla ricerca del suo personale confine, parola chiave dell’intero componimento. Infatti, la costruzione drammatica non si evolve in maniera lineare, ma grazie ad associazioni libere che portano avanti una trama sottile, incisiva e fortemente significativa. Quando la protagonista scopre che il suo vecchio mentore è rimasto vittima di un incidente in montagna, ne rimane devastata perché era sempre stata innamorata di lui, nonostante fosse sposata con un altro uomo. Questo evento scatena un’esplosione di emozioni e pensieri, che l’autrice traduce in una logica personale, unica e irripetibile. Per superare la dimensione del lutto, feroce al punto da sfociare in una malattia mentale, la protagonista deve riuscire a dar sepoltura ai suoi morti: per farlo, affronta un viaggio nel turbine dei ricordi e della sua condizione psichica, fino a trovare le radici dell’intima vergogna in cui si è imprigionata. Beatrice decide così di scrivere una lunga lettera indirizzata a colui che le manca di più, in cui si intrecciano tre linee di narrazione, differenziate anche graficamente, ambientate in altrettanti spazi geografici: la Linea Cadorna – riferimento di un confine fittizio nel quale lei si rispecchia – l’Islanda e la Sardegna – isole ancestrali che si trasformano in rifugio, soprattutto l’ultima, in quanto luogo delle sue origini materne. È questa la dimensione dove si compie l’ultimo passaggio: dopo un maldestro tentativo di suicidio, la protagonista riesce finalmente a perdonare sé stessa e scoprire una tenera pace interiore, grazie alla quale trova il proprio posto nel mondo. Così, quella che inizia come una storia sui morti, si trasforma nel racconto di una sopravvissuta

Note biografiche

Francesca Zammaretti ha 52 anni e vive a Cannobio, sul lago Maggiore, al confine con la Svizzera. Ha un dottorato di ricerca in Farmacologia. Insegna Tecnologia e Scienze alle scuole medie serali e, da un paio di anni, tiene corsi di alfabetizzazione per studenti internazionali e un laboratorio di lettura e scrittura nella Casa Circondariale di Verbania, nel CPIA (Centro Provinciale Istruzione Adulti). Ha pubblicato nel 2006 un saggio su un Preventorio, Approdi alla Badia, nella collana Studi della Tararà e una raccolta di favole nel 2010, Piedi caldi e sangue freddo, per Acco Editore.

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