Un giorno tutto questo finirà
Exòrma Edizioni, 2023
Domenico Ippolito è nato a Gioia del Colle nel 1980. Vive a Essen, in Germania, dove lavora come copywriter e traduttore. Fa parte della redazione della webzine di critica cinematografica «Ondacinema». Ha scritto racconti per riviste online come «TerraNullius» e «Narrandom». Per Aporema Edizioni ha pubblicato nel 2019 il romanzo L’ultima primavera del secolo. Il racconto lungo “La missione”, menzione speciale al Nero Premio, è uscito nell’e-book Magnum Opus nel 2022.
Il percorso con Crudo
Dall’idea al romanzo. Dall’idea al romanzo. Dall’idea al romanzo.
All’inizio di questa avventura, ce lo siamo ripetuti tante volte da rischiare di chiederci: è un principio, ma potrà essere anche una possibilità? Sappiamo benissimo cosa questo voglia dire nel mercato di oggi: vieni con la tua idea, la trasformeremo nella nostra. Dall’idea al romanzo, per Crudo, vuol dire esattamente il contrario, uno specchio, l’idea non come prima immagine ma come visione complessiva. E intuire e stimolare quella visione per arrivare ad avere un prodotto che vale al di là del mercato e, per questo, riesce a trovare un suo posto nel mondo.
Oggi questa non è più solo la storia di Crudo.
Oggi, questa, è la storia di “Un giorno tutto questo finirà”, il primo romanzo di Domenico Ippolito e, con nostro, grande orgoglio, anche il primo romanzo di Crudo.
Intervista di Alex Piovan all’autore Domenico Ippolito
1. Per prima cosa, ci farebbe piacere se ci portassi un po’ dietro le quinte della tua scrittura. Quand’è che la scrittura è entrata nella tua vita? E in che modo farlo anche per lavoro ti ha influenzato come autore? Ho lavorato da sempre con la scrittura. Come redattore e correttore bozze per case editrici, articolista, traduttore e copywriter, mi sono messo alla prova con linguaggi diversi, destinati a pubblici diversi. È stata una palestra importante. La scrittura di ambito letterario è entrata nella mia vita molto presto, da adolescente, come mezzo per esprimere il mio mondo interiore. Successivamente si è affinata grazie allo studio delle tecniche narrative, che mi hanno permesso di scrivere in modo più consapevole. Anche perché, proprio come l’attività professionale, la scrittura narrativa è diventata una consuetudine quotidiana, a cui assegno sempre una parte del mio tempo. Dunque la contaminazione con il mio lavoro non riguarda propriamente il contenuto, ma la forma.
2. Il tuo romanzo Un giorno tutto questo finirà (edito da Exòrma) racconta la storia di Tommi e Dario, due amici diciannovenni accomunati dal desiderio di lasciarsi alle spalle una vita di provincia «sbandata, inquieta, marginale, assuefatta alla mancanza di prospettive». Pianificano una fuga ad Amsterdam, ma parte solo uno dei due; l’altro resta a Roma. Da dove hai iniziato a costruire la loro storia? Sono partito da molto lontano: all’inizio c’era solo un oggetto, un cucchiaio di nome Birillo, che Tommi utilizza da bambino come un amico per sconfiggere la paura dell’abbandono. È un tratto favolistico della mia storia che successivamente si è trasformato in qualcosa di reale, come risposta alla domanda: cosa succede a Tommi e a Birillo, una volta diventati grandi? Ho considerato Birillo il cucchiaio come un vero personaggio, quasi un modello, che ha poi dettato il passo agli altri protagonisti, come Dario che, proprio come Birillo, farà con Tommi un pezzo di strada.
3. Quali riferimenti – letterari, cinematografici, musicali – avevi in mente lavorando al testo, e in particolar modo costruendo la voce di Tommi? La voce di Tommi è forse un’eco di letture giovanili di romanzi nordamericani, come “Meno di zero” di Bret Easton Ellis o “Le mille luci di New York” di Jay McInerney, ma anche di classici moderni come John Fante e Henry Miller. Dal cinema sono stato sempre suggestionato dalla voce fuoricampo, un escamotage di origine letteraria, appunto, che in un film deve però sintetizzare e non diventare didascalia. Riguardo alla musica, ho assegnato a ogni personaggio una band o artista di riferimento per definirne il carattere. Il borghese Giovanni segue l’indie-rock, Dario, il più irrequieto, fa storie su IG con sottofondo i loop stranianti dei Low; Aurélie si lascia andare con le nenie sofferte dei Cigarettes After Sex; Angelica, invece, nonostante i suoi diciott’anni, ascolta la musica dei padri e cita gli Afterhours di “Non è per sempre”. L’unico che non ha ancora scelto “la sua musica” è proprio il personaggio principale, Tommi, che quasi subisce gli ascolti altrui mentre frequenta queste persone, da cui assimila, seppur per un breve periodo, alcuni tratti delle loro personalità. A ben vedere, però, anche questo è un riferimento musicale implicito, se vogliamo. La frase “uso frammenti del carattere degli altri per costruire il mio” viene dai Diari di Kurt Cobain.
4. Facciamo un passo indietro. Quando hai deciso di rivolgerti a Crudo? Volevo lavorare con dei professionisti, ne sentivo il bisogno, anzi, credo che il mio testo lo richiedesse a gran voce. Io non avevo più nulla da dargli, almeno, non più in quel momento. Ero consapevole di aver fatto un buon lavoro, ma ero altrettanto conscio che solo con accanto un editor in gamba avrei potuto migliorare ulteriormente il romanzo, fargli fare quel salto di qualità che trasforma un buon manoscritto in un libro da pubblicare. Conoscevo Michele Vaccari come autore ed editor di lungo corso, avevo letto i suoi libri, apprezzavo gli autori con i quali aveva lavorato e, quando ho saputo di Crudo, la sua nuova creatura, non ho esitato a inviargli il mio materiale.
5. Com’è stato lavorare con Sara Coradduzza? Sara si è avvicinata al mio testo con una straordinaria sensibilità e rispetto, in punta di piedi, riuscendone a catturarne ogni aspetto con grande lucidità e consapevolezza. Ha proposto sempre soluzioni in linea con lo spirito della storia e dei personaggi, nonché della mia scrittura. È stata una sicurezza. Ci siamo trovati così bene che lavoreremo a un altro libro insieme.
6. Qual è stato il momento più complicato, durante la fase di editing? E quand’è che, invece, hai capito che tutte le tessere si stavano incastrando nel posto giusto? Il mio testo è ricco sia di digressioni che di spostamenti reali, i miei personaggi si muovono molto. A un certo punto avevamo un problema con uno dei viaggi di Tommi, a cui si accompagnavano dei ricordi del passato, dei fantasmi che si riaffacciavano sul presente. Era un momento importante del libro e c’è stata una fase di incertezza prima di trovare la quadra. Abbiamo costruito attorno a un’intuizione di Michele, quella di inserire un flash-forward invece che un’altra digressione, la soluzione più idonea. Il momento più complicato si è trasformato così anche in quello che ha incastrato tutte le tessere, perché poi da lì sapevamo cosa sarebbe accaduto al resto del libro.
Vivo in Germania da molti anni e sono sempre tornato abbastanza regolarmente in Italia, soprattutto per ritrovare amici e familiari. Una cosa abbastanza strana accaduta in questi due anni è che, una volta tornato, ad attendermi c’era anche il mio libro, che richiedeva la mia attenzione una volta oltrepassato il confine. Ed è stato lui che ha portato in giro me, e non il contrario, mi ha fatto scoprire posti nuovi, tra librerie, fiere e premi letterari sparsi per l’Italia, quasi come se fosse lui il “padrone di casa” e io l’ospite. A pensarci bene, in un certo senso, è proprio così. |

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